Descrizione
La più celebre opera del patriota italiano pubblicata nel 1832. Pellico completò i suoi studi a Lione, presso un ricco parente, e acquisì una buona cultura francese. Si stabilì poi a Milano e fu amico di U. Foscolo, V. Monti e di altri letterati italiani, entrando in contatto anche con scrittori stranieri di passaggio (Mme de Staël, Stendhal, Byron, A.W. Schlegel, J.C. Hobhouse). Ottenne un vero trionfo con la Francesca da Rimini, rappresentata nel 1815 da Carlotta Marchionni. Inseritosi nei circoli romantici, precettore in casa del conte Porro Lambertenghi, fu uno dei più assidui collaboratori del «Conciliatore» (1818-19). Introdotto nella carboneria da P. Maroncelli, il 13 ottobre 1820 fu arrestato e poi processato e condannato a morte, ma la pena fu commutata in quindici anni di «carcere duro», da scontare nella fortezza dello Spielberg, in Moravia. Nel 1830 fu graziato e tornò a Torino, dove visse come bibliotecario dei marchesi di Barolo adeguandosi alla mentalità reazionaria e bigotta di quell’ambiente, e riprese la propria attività letteraria: scrisse ancora tragedie (Ester d’Engaddi, 1830; Gismonda da Mendrisio, 1834; Leoniero da Dertona, 1834 ecc.), cantiche d’argomento medievale, liriche religiose e il trattato morale I doveri degli uomini (1834). Il libro autobiografico di memorie in cui rievoca le proprie esperienze nel carcere ebbe enorme successo e spiacque tanto agli austriacanti, considerandolo un temibile strumento di propaganda del movimento nazionale italiano, quanto ai liberali, a cui pareva pervaso di spirito rinunciatario. In realtà l’intento di P. non fu un’opera di propaganda politica e la sua più vera ispirazione era di natura intimistica e religiosa (le Lettere milanesi degli anni 1815-21, pubblicate solo nel 1963, consentono di retrodatare questa sua inclinazione). Il libro è intessuto di vivaci spunti narrativi e di meditazioni religiose, e disegna − sullo sfondo di una lotta interiore che si conclude col perdono cristiano − una serie di ritratti gentili e patetici.





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